La leggenda dell'Aquila Bianca

Ermanno Monaldeschi in gioventù era un valentissimo falconiere, campione di tutti i tornei con i suoi falconi, girifalchi, poiane ed astori, allevati ed ammaestrati magistralmente per la caccia, da lui personalmente, nel suo castello di campagna sulle alture di Melezzole.

Un giorno che stava allenando alcuni falchi, da un dirupo gli si avventò contro un'aquila bianca, come apparsa dal nulla.
Ermanno, che in quel luogo mai aveva visto aquile, né dal tipico piumaggio marrone-rossiccio né tanto meno bianche, non credendo ai suoi occhi esclamò: "Santa Lucia!".
Ma l'aquila era là, concreta e reale, ed il suo falco giaceva a terra, straziato dai suoi artigli.
Quel gran falconiere non si perse d'animo e liberò il girifalco, il suo grande campione. La battaglia fu durissima ma alla fine l'aquila scomparve ed il falcone, arruffato e ferito, tornò a posarsi sul guanto di cuoio d'Ermanno.
Aveva vinto e si pavoneggiava.
Gli uomini si sparsero attorno e, in un anfratto, trovarono l'aquila uccisa.
Era un "biancone", uccello rapace degli accipitridi, simile all'aquila reale, grigio tenue sopra e completamente bianco sotto, con un'apertura alare di oltre un metro.

Ermanno lo fece imbalsamare e lo espose tra i suoi trofei, nell'anticamera del suo magnifico palazzo in Piazza del Duomo dove, sul fondale di arazzi scuri, la bianca aquila brillava, dando quasi l'impressione che stesse per spiccare il volo.
Da quel Palazzo Monaldeschi, con quell'aquila ben visibile a tutti gli ospiti, nacque un modo di dire orvietano per cui, se c'era un palazzo nobile e arredato sfarzosamente, si diceva: "Sembra il palazzo dell'Aquila Bianca!".

Successivamente Ermanno divenne il signore di Orvieto e dai suoi eredi si formarono i quattro rami monaldeschi:
1. dell'Aquila
2. del Cane
3. della Vipera
4. del Cervo
Nell'emblema dei Monaldeschi, a fasce merlate trasversali gialle e blu, fu effigiata anche un'aquila bianca.

Nello stemma del Comune di Orvieto, forse per assimilazione, l'aquila imperiale coronata fu bianca, inquartata con l'oca vigile originaria, il leone rampante fiorentino con stocco e chiavi decussate e, nel primo quarto, la rossa croce simbolo dei crociati orvietani.

Quando Carlo D'Angiò, incoronato nel 1266 re di Napoli in Sant'Andrea da Papa Clemente IV, conferì al Comune il titolo di "Città regale" introducendo nelle insegne il suo rastrello d'oro, per dare maggior risalto a tale simbolo sul petto dell'aquila, questa fu effigiata nera.

Dopo vari lustri di lotte fratricide, Corrado Monaldeschi della Cervara, a capo dei fuoriusciti Beffati e coll'intesa del Papa Nicolò V, la notte di Santa Lucia del 1449 riuscì, per tradimento, a scalare le ripe e a penetrare nel palazzo dei Malcorini, Gentile ed Arrigo Monaldeschi della Vipera, signori della città.
Arrigo, che si trovava in città, fu trucidato e nell'incendio del palazzo quell'aquila bianca spiccò il suo ultimo volo nel rogo, tornando nel nulla da cui era apparsa.

Il fato si era compiuto.

Ermanno Monaldeschi aveva esclamato inconsciamente "Santa Lucia!" all'apparire dell'aquila e, in quella notte di Santa Lucia del 1449, quell'aquila scomparve, dopo aver visto scorrere il sangue di Arrigo, erede di Ermanno.

Sul finire del 1800, quando in Orvieto, davanti al Municipio, fu costruito un nuovo grande albergo, in riferimento alla magnificenza di antichi nobili edifici, secondo la narrata tradizione fu del tutto ovvio chiamarlo "Palazzo dell'Aquila Bianca".

 

Successivamente l'albergo fu denominato "Palace Hotel", sulla scia del clamore suscitato dall'Esposizione Universale di Parigi del 1900, per poi riassumere, nella ristrutturazione degli anni '80, il nome originario di "Hotel Aquila Bianca".

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